Cattive Notizie

1 marzo 2009

L’antirazzista sbloccato

mban1666lE sì, siamo in epoca di improvvise folgorazioni, di risvegli e quindi di ravvedimenti.

L’informazione è pronta a illustrarci questi immediati ripensamenti, nota queste sorprese presentandoci qualcuno che non riusciva a vedere e che ora è illuminato da una nuova verità. Il tutto assume ogni volta l’aspetto della rilevazione, dell’outing. Questa settimana tocca al sociologo Maurizio Barbagli.

Ha avuto molto successo mediale l’intervista concessa il 18 febbraio 2009 al Corriere della Sera. Il giornale titolava:

Marzio Barbagli Il sociologo: ho scritto ciò che la realtà mi suggeriva e molti colleghi mi hanno tolto il saluto
«Immigrati e reati, io di sinistra non volevo vedere»
C’ è il rifiuto di vedere i cambiamenti dovuti all’ ondata migratoria

Occorre aggiungere che grazie al gesto coraggioso dello studioso settantenne molte altre personalità hanno voluto commentare tale rivelazione aggiungendo la propria. Tutte riprese dalle pagine del quotidiano o delle testate concorrenti. Qualche giorno è stato pubblicato anche l’outing dell’ex ministro Turco e l’intervista del sindaco di Genova Marta Vincenzi. Tra i commenti da leggere l’Editoriale di Battista seguito a breve termine da quello di Luca Ricolfi sulla Stampa.

La posizione di Barbagli è del tutto esplicita, la sua posizione di “uomo di sinistra” gli impediva “di esaminare in maniera oggettiva i dati” statistici che esaminava nei suoi testi. In particolare il nodo specifico è l’incidenza dell’ immigrazione rispetto alla criminalità. L’intervistatrice, difatti, precisa di quali informazioni si tratta: “l’impressionante impennata di stupri compiuti dagli extracomunitari”. E in quanto tempo è avvenuta questa crescita così repentina e quindi che desta per forza impressione?

«Parlo di una decina di anni fa… Ma guardi che non ero l’ unico, c’erano anche altri colleghi, della mia stessa parte politica, che si rifiutavano di vedere i cambiamenti, sotto il profilo dell’ordine pubblico, che l’ondata migratoria comportava»

A dire il vero questa rivelazione del sociologo non è del tutto nuova. Grazie a questo post ho scoperto un’intervista (e relativo commento del direttore Belpietro) a Panorama risalente all’ottobre 2008. E’ significativo però che la notizia trovi nuova eco sulla stampa in questi giorni.

Caso vuole che in questi mesi sia nelle librerie l’ultimo volume dello studioso, testo come i precedenti importante per chi si occupa di questo argomento, ma che non ho avuto ancora occasione di leggere. In ogni caso, visto il risalto che ha avuto, mi pare importante dire qualcosa su questo tema visto che mette in dubbio il lavoro e i risultati di tutte le persone e i gruppi di ricerca su questo campo. Certo, non posso confrontare le mie opinioni con quelle dell’autorevole professore ma vorrei fare alcune riflessioni collegate ad altrettante proposte/richieste allo studioso.

0. Lo dicono i numeri?

L’uso di dati statistici o aggregati è sempre rischioso. Sociologi e statistici, come i giornalisti, lo sanno sin troppo bene. A seconda del punto di vista o delle intenzioni possono dimostrare tesi opposte. Quindi non sorprende che si possano ignorare alcuni risultati o enfatizzarne altri. Sorprende che lo facciano degli stimati docenti universitari. Ad esempio sorprende l’ampio uso di fonti statistiche da parte dell’editoriale di Ricolfi. Attraverso una struttura sociologica da manuale, il sociologo verifica una precisa ipotesi a suon di numeri e cifre:

Basandosi esclusivamente sulle denunce, quel che si può dire è che la propensione allo stupro degli stranieri è 13-14 volte più alta di quella degli italiani (dato 2007), e che – anche qui – il divario si sta allargando: l’ultimo dato disponibile (2007) indicava un rischio relativo (stranieri rispetto a italiani) cresciuto di circa il 20% rispetto a tre anni prima (2004).  […] I cittadini italiani privi di paraocchi ideologici non possono sorvolare sul fatto che uno straniero è dieci volte più pericoloso di un italiano.

Il problema in questo caso, più di quello di Barbagli, è che proprio per la natura delicata degli argomenti e quella ancor più spinosa delle elaborazioni statistiche, non è possibile trarre conclusioni affrettate. Occorre, ad esempio, disporre di una ferrea griglia di analisi, di trasparenza delle deduzioni logiche, di certezze sulle metodologie applicate nella raccolta dei dati, sul loro rapporto con i “dati reali”, delle convenzioni esplicite ed implicite sulle definizioni adottate, eccetera.

Tutto ciò Barbagli e Ricolfi lo sanno meglio di me, ma un’intervista e un editoriale non consentono queste finezze, forse però i loro lettori non lo sanno.

1. Cosa significa essere “di sinistra” sul tema immigrazione?

Sappiamo che la divisione nell'(informazione) politica è oramai quella tra buonisti e cattivisti. Tra i secondi che vogliono la mano dura e la tolleranza zero e quelli che al contrario invocano tolleranza e ospitalità. Aggiungiamo ora quelli che vedono la realtà e quelli che non la vedono, quelli che esagerano e quelli che minimizzano. Tanto è vero che nel suo outing l’ex-ministro Turco ammette:

«Sì, è successo anche a me. Prima di diventare ministro, sull’ immigrazione appartenevo alla cultura del “ti accolgo punto e basta”. Sbagliavo, da anni non la penso più così». Sarà anche vero che solo gli stupidi non cambiano mai idea. Ma in politica di solito si preferisce tacere, minimizzare, perché l’ accusa di tradimento è di quelle facili facili. Livia Turco – che insieme a Giorgio Napolitano firmò la legge sull’ immigrazione del primo governo Prodi – confessa con parole rotonde: «Pensavo contasse solo la solidarietà, poi ho capito che servono regole severe. Ma non ho mai derogato dai miei valori».

Non sono di sinistra quindi non sono certo di capire, ma mi sembra che sottostimare fatti e tendenze, promuovere dei valori come l’ospitalità o la tolleranza non siano delle proposte politiche. La politica, come l’occhio della ricerca scientifica, non si fonda sul confronto tra “buone” o “cattive” persone, ma quello tra buone o cattive leggi, tra attività amministrative che funzionano o meno, tra soldi ben spesi o sperperati. Cosa c’entra l’accoglienza?

2. Ma esiste l’avalutatività?

Credo che il più grande fraintendimento possibile nella lettura delle parole di Barbagli sia quella di perpetuare l’idea che la scienza possa o debba essere neutra, come debba essere prive di valori per raggiungere qualche conclusione. La scienza non deve essere priva di posizioni. Possiamo davvero pensare ad una ricerca che non si fondi sul rifiuto del razzismo o della violenza?

3. A quale Barbagli affidarsi?

Inoltre, è ormai chiaro che la qualità delle riflessioni scientifiche non è nella loro asetticità o “superiorità morale”, quanto almeno dall‘uso trasparente delle fonti e del quadro di ipotesi, nel rigore del ragionamento e delle deduzioni. Da questo punto di vista la cosa più grave della confessione di Barbagli non è nel denunciare la sua passata partigianeria ma che questa sia stata possibile.

4. Possiamo sapere chi altro?

Non è bene scambiare le relazione con i dissensi professionali o politici, quindi non è corretto “togliere il saluto” al professore. Chi pare l’abbia fatto, oltre alla ragione annunciata, certo avrebbe qualche ragione anche riguardo qualche dubbio sull’onesta delle ricerche passate condotte da Barbagli, sulle sue parole che screditano il lavoro della sociologia italiana o anche sulle sue conclusioni attuali. Per questo, al posto della cronista, avrei aggiunto questa domanda: chi ha sbesso di salutarla? Così da poter sentire anche quella campana. Ma soprattutto chi era come lei, infatti lei precisa:”Ma guardi che non ero l’ unico, c’ erano anche altri colleghi, della mia stessa parte politica”. Aggiungiamo all’auto denuncia la denuncia? Per favore professore, faccia i nomi.

5. Ma esiste “solo un ricercatore”?

Barbagli afferma che al termine di questo processo di ravvedimento sia «finalmente riuscito a tenere distinti i due piani: il ricercatore dall’ uomo di sinistra. E ho scritto quello che la realtà mi suggeriva». Ora possiamo fidarci di questo asettico ricercatore? Ora finalmente abbiamo la certezza di risultati non influenzati? L’intervista si chiude con queste parole stentoree: «È stato un processo faticoso, ma di grande crescita. Ora sono un ricercatore. E nient’ altro». Gli fa eco Battista:

Il suo bagno nella realtà, il suo immergersi nei dati empirici per capire che cosa si muove nella società italiana senza essere percepito dagli occhiali deformanti del politicamente corretto, sanciscono un divorzio tragico tra il «ricercatore» e «l’uomo di sinistra».

Troppo comodo. Barbagli (e forse anche Battista) è ben conscio che dai tempi di Max Weber, ma ancor più oggi in epoca post-coloniale, ogni conoscenza, ogni scienza come ogni voce, è situata. Viene da una parte, da una storia, da un corpo. Forse non sarà più di sinistra ma Barbagli di certo è, come minimo, ancora bianco, adulto, maschio, italiano, europeo. E la lista potrebbe continuare.

Mi spiace ma nessuno è “solo un ricercatore”! Sarà questa la prossima folgorazione?

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