Cattive Notizie

28 gennaio 2009

Fatti antisemiti?

Filed under: Analisi — Marco Binotto @ 5:36 pm
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Non ho visto la puntata di Annozero dedicata al conflitto  israelo-palestinese. Per di più non seguo la questione da molto tempo quindi non provo nemmeno a prendere una posizione.

Ho letto però con un certo interesse i commenti di Marcello Faletra e Gennaro Carotenuto sul blog “Giornalismo partecipativo”. Il primo mette in evidenza il punto su cui si sono focalizzate le critiche:

Se Santoro si fosse semplicemente limitato a far prevalere l’opinione, come ha fatto – tanto di nero e tanto di bianco – allora tutti sarebbero stati accondiscendenti, la Annunziata sarebbe rimasta e la trasmissione, sarebbe stata all’altezza del pensiero unico, che non vuole fatti, realtà, ma opinioni. Ma scorrevano le immagini del sangue delle vittime. C’era la cosa in più. C’era il reale. Il problema allora è: quanta dose di realtà deve entrare nella televisione? Attorno a questo problema destra e neodestra (PDL e PD) concordano sul fatto che la televisione non deve mostrare – far vedere i fatti soprattutto dal punto di vista di chi li subisce, toccare l’evidenza del reale – ma mostrare opinioni a seconda della misura e del peso politico. La televisione quantizza le opinioni. Numerizza la parola: tanti minuti a te tanti a me (per un momento siamo idealisti: accordiamo questa presunta parità).

Il secondo fornisce la stessa interpretazione, però aggiunge una riflessione supplementare sull’informazione televisiva e il suo essere caratterizzato da tre funzioni: performance, narrazione e conversazione. in particolare su l”ultima:

L’imbarbarimento della vita televisiva è dato dal disequilibrio tra questi tre grandi filoni. La performance è di fatto scomparsa. […]. Anche la narrazione in tivù è in crisi. […]La conversazione quindi trionfa in tutte le sue forme. Chiacchiere più o meno vuote nelle isole dei famosi, chiacchiere rigorosamente vuote nei programmi di approfondimento giornalistico, Porta a porta, Ballarò eccetera. Oramai i politici vanno in tivù (probabilmente imbottiti di stupefacenti) aspettando solo il momento di alzare la voce e avventarsi sulla controparte perché è sul wrestling che ritengono che il popolo bue li giudichi.

In questo modo tutto può passare, si può far passare come esperto un fanatico destinato al girone degli iracondi come Edward Luttwak, oppure trattare come statisti personaggi con condanne gravi come Marcello dell’Utri. Basta far sparire i fatti, anche se si parla di argomenti serissimi. […]Il meccanismo è perverso. Per poter far credere ai telespettatori che la guerra è bella, che la precarietà è un bene, che gli immigrati sono cattivi o che la mafia non esiste devono sparire i fatti, la narrazione dei fatti. Solo così possono essere contrapposte su un piano di parità tesi che pari non sono.

Simile l’applicazione al “caso Santoro”:

Di cosa è accusato Santoro? Di strumentalizzazione. Di cosa? Dei fatti. Come se si potesse prescindere da essi. Come ha calcolato Elia Banelli su Agoravox gli ospiti di Santoro giovedì erano perfettamente in equilibrio tra pro-israeliani e filo-palestinesi. Nel paese della par condicio è indispensabile che così sia anche se si parla di calcio. Nello specifico, se si mostra come ha fatto Santoro il fatto che i morti in Medio oriente sono in una proporzione di cento palestinesi per ogni israeliano e che un terzo di tali morti sono bambini si viene accusati di fare un’operazione di propaganda filopalestinese o addirittura filo-Hamas […] Il problema allora non era nel dibattito; era nei fatti con i quali i politici e (quel che è peggio) i giornalisti non sono più abituati a fare i conti. Se i fatti, la proporzione di 100 morti contro uno, pendono a favore di una parte, i fatti stessi sono considerati una intollerabile deviazione rispetto alla par condicio che serve a dire tutto e il contrario di tutto.

Considerazioni sicuramente interessanti e vicini alle riflessioni che facciamo sui temi della sicurezza e dell’immigrazione. Secondo me si continuano a confondere due livelli. Quello dell’analisi del linguaggio televisivo, e quindi con le specificità dei media, con quello del livello organizzativo, strutturale e “politico” della gestione dei contenuti informativi.

Nell’articolo di Andrea Miconi si confondeva quest’ultima addirittura con lo statuto di realtà e con il relativismo. In questo caso, si coglie ua dimensione fondante del linguaggio televisivo: la conversazione, meglio, la chiacchiera. A questa deformazione della realtà, per così dire, inevitabile fornita dalla tv, si aggiunge la debolezza di una politica che si confronta solo su questa chiacchiera, l’ossessione partigiana di una parità anche dei fatti oltre che delle parole e dei contendenti, la disabitudine del giornalismo italiano di far confrontare i contendenti con realtà e competenze (per non parlare delle conseguenze).

Il segnale televisivo è fatto solo di onde. L’importante è non affogarci…

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1 commento

  1. Hanno preso troppo alla lettera “creating reality”

    Commento di andreacerase — 30 gennaio 2009 @ 5:39 pm


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