Cattive Notizie

28 dicembre 2008

Il fumo con l’arrosto

Filed under: Analisi — Marco Binotto @ 12:22 pm
Tags: , ,

24371mvthe-thing-postersFinalmente ho avuto un momento per iniziare a leggere l’interessante dibattito che si sta articolando sulle pagine della rivista Problemi dell’informazione.

Il tema è interessante per questo luogo: “pensare il giornalismo“.

Tanto per complicarmi la vita ho iniziato dall’ultimo intervento, quello di una persona che conosco e che ha collaborato alla ricerca pubblicata in FuoriLuogo.

Nel suo pezzo intitolato “Prima o dopo? Premesse ed effetti. Cause e contesti. Ripensare la teoria su opinione pubblica, giornalismo e società“, Andrea Miconi rimette in discussione alcuni presupposti storici e teorici degli studi sul campo dell’informazione. Ad esempio l’origine del giornalismo contemporaneo nei colti fogli liberali e la fiducia illuminista nella razionalità della discussione pubblica (naturalmente sto rileggendo nei miei termini). E fin qui sono d’accordo.

Il punto principale riguarda però quello che Travaglio chiama “la scomparsa dei fatti“. Lo sparire di un qualsiasi fondamento nel gorgo del dibattito politico, e non solo, di interpretazioni, controdeduzioni, retroscena e dispute. Per spiegare questo fenomeno però Andrea fa un riferimento a mio avviso ardito.

Lo riconduce, nientemeno, che all’ambito di teorie che potremmo definire post-strutturaliste o post-moderne che nei decenni scorsi hanno messo in dubbio alcuni fondamenti del pensiero occidentale in favore di un punto di vista più relativista.

E per chi lo conosce non è una sorpresa. Ma perché sarebbe ardito?

E’ l’accostamento tra colossi (qualunque sia il giudizio su di essi) del pensiero dello scorso secolo come Marcus e Fisher, Derrida, Lyotard, Foucault e il teatrino dell’informazione italiana chiusa tra i dibattiti di Vespa o Floris, i retroscena del Corriere e i pastoni dei Tg. Un po’ come prendere il sudoku per un esercizio di algebra.

Sono d’accordo sulla necessità di un minimo comune di decenza informativa. Ciò che non mi convince è il confondere la ridda di voci in cui ci troviamo con il relativismo. Paradossalmente quando mi servono divertenti certezze io preferisco affidarmi a Slavoj Zizek piuttosto che a Travaglio. Coincidenza ha voluto che stessi leggendo proprio un vecchio (e bruttino) testo del filosofo in Difesa dell’intolleranza: il dibattito tra le politiche corrette (o possibili) come sulle notizie non è relativista perché, semplicemente, non è politica (o informazione) “vera e propria”:

E qui incontriamo il gap che separa l’atto politico vero e proprio dalla “gestione delle questioni sociali” e che resta nell’ambito delle relazioni sociopolitiche esistenti: l’atto (l’intervento) politico in senso proprio non è semplicemente qualcosa che funziona bene nel contesto di quelle relazioni esistenti, ma ciò che modifica appunto il contesto che determina il funzionamento delle cose. (p. 33)

Quello dell’informazione nostrana non è in alcun modo un “relativismo antropologico”. E’ un dibattito apparente, un relativismo solo di facciata, una truffa. E’ un disquisire tra voci tutte interne ad un simile conteso, ad uno stessa idea di realtà (politica) che però non la mette in dubbio.

Come scrivevo qualche anno fa, oggi non è piu vero che se niente è vero tutto è possibile. Caso mai è il contrario: “se tutto è relativo tutto deve rimanere come è”.

Annunci

3 commenti

  1. […] di Andrea Miconi si confondeva quest’ultima addirittura con lo statuto di realtà e con il relativismo. In […]

    Pingback di Fatti antisemiti? « Cattive Notizie — 28 gennaio 2009 @ 5:36 pm

  2. Caro Marco,

    poche righe di risposta (sai che non sono solito farlo, ma tant’è).
    Capisco le obiezioni che hai avanzato, ma c’è un equivoco da appianare: è del tutto evidente che la messa in scena del giornalismo televisivo e la filosofia post-modernista sono due cose diverse, per profondità, spessore e significatività storica (semmai la prima è la forma caricaturale o banalizzata della seconda, come ho scritto su “Problemi”). Lo sanno anche i bambini, e non c’è bisogno di stare a dimostrarlo. Ma.

    La filosofia post-modernista mi interessa ben poco, e infatti non è di quello che parlo, ma di Bachtin. Il punto non è se Zizek (autore che peraltro non ho mai citato, ma usiamolo come esempio) è meglio di un qualsiasi anchorman – la questione non mi accalora. Il punto è la categoria che io uso: quella di polifonia. Che non corrisponde al “relativismo antropologico” o “postmoderno” a cui fai riferimento tu, ma è un concetto specifico (che da autori post-moderni è stato ripreso, e spesso anche male: è in questo senso che metto in connessione i due campi), tutto fondato sul ruolo del dialogo nella messa in scena. E il dialogo è chiacchiera; esattamente quello di cui stiamo parlando.

    Certo, alla fin fine è vero che l’apertura dialogica del racconto televisivo è spesso fittizia, e solo simulata, perché non mette davvero in discussione il contesto. Ma è la storia stessa della polifonia, e ben prima di “Porta a Porta”: quando da “ideologico-discorsiva” si fa “dialogica”, e diventa chiacchiericcio fine a se stesso, e in queste forme si manifesta per tutto il ‘900. E certo, alla fine della fiera, è difficile che la polifonia metta davvero in discussione il reale, portando fuori da una “cornice” di senso prestabilita, come dici tu: ma questo lo sapeva già Šklovskij, a proposito della chiusura inevitabilmente “monologico-convenzionale” dei testi polifonici.

    No, io non confondo l’algebra con il sudoku: è qualcun altro, che confonde il post-modernismo con la polifonia. Ma la cosa, insomma, non mi riguarda.

    Buon lavoro

    am

    Commento di Andrea Miconi — 28 febbraio 2009 @ 11:40 am

  3. Grazie Andrea. Anche per aver fatto una cosa insolita (come dici tu).

    Una sola piccola precisazione: Zizek non e’ un campione del relativismo o del post-modernismo (e per questo sarebbe meglio di un anchorman). Semmai e’ il contrario. E’ un autore che, secondo me con qualche efficacia, punta l’attenzione proprio sulla chiusura ideologica dei testi polifonici (o forse sarebbe meglio dire a questo punto para-polifonici).
    Naturalmente supera questo “spazio discorsivo”(!) la disquisizione se siano i testi, in virtù della loro “apertura”, a poter “mettere in discussione il reale” o semplicemente impedire una loro chiusura ideologica. Ma sembra il punto a cui siamo arrivati…

    Commento di Marco Binotto — 1 marzo 2009 @ 9:50 am


RSS feed for comments on this post.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: