
E’ ormai evidente. Anzi no.
Già nel 1922 Walter Lippmann nel suo celebre saggio sull’Opinione pubblica notava come il sistema dell’informazione costituisce un “pseudo-ambiente“, una seconda natura ormai inavvertita o inavvertibile. Un dato confermato fino ad oggi dal risultato di numerose ricerche. Come nel sogno ad occhi aperti di The Matrix è impossibile distinguere la presenza di questo ambiente fino a quando una qualche anomalia non gli contrappone un contro-ambiente che gli permetta di vedere una qualche possibile realtà oltre lo specchio.
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La cronaca è cronaca.
Cosa pretendere di più? Come dare torto ad un collega con cui discuteva durante una commissione di laurea qualche settima fa. Argomento del contendere una bella tesi presentata sul tema della copertura delle ultime Olimpiadi a Pechino. Il candidato lamentava la (dis)attenzione attribuita dalla stampa internazionale e (soprattutto) italiana al rispetto dei diritti civili ed umani da parte dalla potenza asiatica.
L’obiezione suonava così: cos’altro può fare la cronaca se non ci sono informazioni nuove? Cos’altro deve fare se non occuparsi d’attualità?
Non aveva del tutto torto, se questo fosse il criterio univoco di scelta e trattamento delle notizie. Come sappiamo per alcune notizie la cronaca, anche quella sportiva, anche quella politica, non disdegna l’opportunità di ricollegare fatti e situazioni, ricordare fatti precedenti, aggiungere commenti e critiche, approfondire e proporre. Un banale esempio? Ogni volta che la cronaca politica si occupa di Lega Nord e del suo radicamento popolare o di possibili alleanze a sinistra qualcuno ricorda la celebre frase di Massimo D’Alema riferita alla Lega come una “costola della sinistra“.
Ma non basta, questo discorso vale anche per la cronaca nera?
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