Il dibattito di questa settimana, tutto concentrato sugli arrivi, sugli sbarchi e quindi su diritto nautico e internazionale, rafforza in me un’impressione di cui ho già parlato. La sensazione di un già visto. Di un eterno ritorno.
Lo so, il mondo dell’informazione è quello della sorpresa istituzionalizzata, quindi non dovrei lamentarmi di ciò. Il problema è che anche il mondo politico su questo tema appare bloccato nello stesso refrain mediale. Il discorso pubblico è rimasto ancorato ad un momento preciso della nostra contemporaneità migratoria: l’inizio degli anni Novanta.
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Ci sono tanti termini che usiamo quotidianamente come insulto, come aggettivo o per descrivere una situazione specifica. Molti di questi vengono da persone, popoli o fatti creati prima che nascessimo. Ci si può lamentare del “vandalismo” senza pensare alla sua ascendenza storica ormai millenaria.
E’ possibile pensare a quel “quarantotto” che abbiamo creato senza connotarlo come atto politico ottocentesco. Si può etichettare un individuo come “pigmeo” senza conoscere un popolo africano che ha lo stesso nome. Secoli, decenni o anni possono separarci dalla memoria del fatto da cui l’etichetta trae origine. Così ce ne dimentichiamo.
Quando ero bambino (e ragazzo) c’era un altro modo di dire. A Roma si usava dire “non fare il Girolimoni!”. Cosa significava?
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